Il volo

Vedo le scarpe di vernice e i pantaloni del gessato,
prima del vuoto una cornice di cemento sgretolato.
Chi avrebbe detto al presidente che avevo perso un capitale
Perché l’anticoagulante dicevano che fosse letale.
E contro l’ordine del consiglio avevo svenduto tutte le azioni
Credendo che fosse uno sbaglio lucrare sui dolori umani.

E mi butto giù.

Ma tu guarda il deputato, quello dell’ultimo piano,
sembra proprio inginocchiato come il popolo italiano.
Ma dopo un coito di mazzette, quello si alza e si riveste,
Mentre l’Italia resta china, con i graffi sulle tette.

Il chirurgo del quarto piano sta tardando per la cena
E sua moglie s’avvelena di cultura da divano.
E da una maschera di silicone, la donna urla e sbraita al vuoto:
“Togliete il burqa al televoto e mettetelo all’informazione!”

E mi butto giù.

Il terzo è dello scrittore e ha le finestre sigillate,
claustrofobie ricercate per denaro o per amore.
Al piano sotto c’è Francesca, che come una luna nel pozzo trema,
fa ritardare i dottori a cena per un singulto di aria fresca.

Rincasando l’imbianchino, si lava i sogni dalle mani,
darà di bianco anche domani per sfamare il suo bambino.

All’edicola giù all’entrata, scorgo un titolo sul giornale:
c’è stato un morto all’ospedale per una medicina errata.
Così il mio anticoagulante una persona l’aveva ammazzata,
e prima di essere marmellata leggo il nome del presidente.

E mi tiro su.

Il caffè dei treni persi

Io la mattina mi alzo stanco, io la mattina mi alzo affranto,
quando penso a quello che devo fare oggi alle tre,
quando penso che anche oggi pane miele ed un caffè.
Certi giorni siamo un treno lento, certi giorni siamo un faro spento,
e ti chiedon di brillare ma le nuvole sul mare
non le gusti se tu illumini una tazza di caffè.

È il rimorso che fischia nella cuccuma, è il rimpianto che verso nella chicchera,
quest’arido caffè che non riesco a deglutire.

Guerra lampo, guerra di frontiera. Ma quanto manca ad arrivare a sera?
Stessi volti, stessa cera, stessa fame, stessa cena,
stessa ipocrisia di scena che borbotta il suo cliché.
Ma questa sera, cara signorina, dopotutto non è così buia,
è come un bacio di gianduia che ci abbindola e ci inchina,
sotto questa grande luna che si specchia nel caffè.

È il rimorso che fischia nella cuccuma, è il rimpianto che verso nella chicchera,
quest’arido caffè che non riesco a deglutire.

E come un cane abbaio ad un lampione, che accende e spegne la mia confusione,
Dietro questa notte tarda che mi scopre e mi sbugiarda,
con il passo del coglione ancora in cerca del perché.
Ma se quel giorno ma se quell’istante, così vicino, così distante,
quella mattina a colazione dentro il bar della stazione
senza testa né ragione io le avessi chiesto un tè. 

È il rimorso che fischia nella cuccuma, è il rimpianto che verso nella chicchera,
quest’arido caffè che non riesco a deglutire.

La conta

Io conterò gli scuri aprirsi sulle tue parole 
che arrossano le labbra come l’acqua del canale
che geme sotto al sole, sotto al sole.
Spalancano come cristallo ambrato sopra i fianchi 
delle domande assurde, donne assorte senza i guanti,
puerilità banale, puerilità il canale.
Decanterò sull’acqua come foglia intirizzita
dal gelo della vita ogni sospetto ogni matita
che scrive la mia vita, la mia vita.

L’anta si apre e gracchia,
sull’acqua che mi specchia.
La donna assorta inciampa
e io perdo il conto.

Io ho contato i passi dei confetti sopra al disco
che gira nel grammofono di fianco alla finestra, 
che guarda sul canale, sul canale.
Rincorrono sé stessi in tondo attenti a non cadere
mostrando a tutto il mondo solo la faccia migliore,
rincorrono la bile, rincorrono il vinile.
Decanterò il poeta che non smette di cercare 
risposte alle domande aprendo ante sul canale
e non smette di contare, di contare.

La puntina gracchia,
sull’acqua che mi specchia.
La danzatrice inciampa
e io perdo il conto.

Malato di mente,
Malato d’amore.
Ma l’amore si sa
l’amore non mente mai.

Malato di mente, 
malato d’amore.
Che conta le ante,
ma non sa contare.

Partigiano

Ricordati dovrai abbandonare la moglie, i figli, il campo ed il mestiere
E se ti sembra poco ascolta ciò che dico, che son sicuro non ti piacerà.
Ricordati che poi dovrai lasciare scaldare la tua moglie a un generale,
che vomita il suo onore e si prende il tuo cognome, le cosce, il ventre e la fertilità. 
Mia moglie sarà il fischio della guardia, che sveglia i nervi e invita alla battaglia.
Divento partigiano, camminerò lontano, vivendo per sola libertà.

Parti partigiano, parti e vai lontano. Lungo i sentieri del vento, parti e vai contento. 
Parti partigiano, parti e vai lontano. Quando l’aria solletica il mento, parti e vai contento.

Ricordati il sorriso di tua figlia, l’Agnese che il pudore fa vermiglia:
guadagnerà a sue spese un denaro a fine mese barattandolo con la verginità.
Ricorda il maglio e il braccio di tuo padre, veemente nel suo battere scintille:
lo appenderanno a un laccio, ci rimetterà la pelle. Per un figlio intraprendente morirà.
Agnese chiamerò il mio fucile, che mentre ti invermiglia ti sorride.
Divento partigiano, mi farà da padre il grano, vivendo per la sola libertà.

Parti partigiano, parti e vai lontano. Lungo i sentieri del vento, parti e vai contento. 
Parti partigiano, parti e vai lontano. Quando l’aria solletica il mento, parti e vai contento.

Allora benvenuto partigiano. Stringiamo questo patto con la mano.
Ed ora riposiamo, all’aurora partiremo. Vivremo per la sola libertà?
Vivremo per la sola libertà?
Vivremo per la sola libertà. 

Nuovo sole

Tremolanti sul molo
molli macchie d’olio,
di lucerna e da bere,
a mescer mar nel bicchiere,
al lume d’una taverna.

Riempio il fiato di nuovo
con quelle macchie bianche
di lampare nel porto
e deglutisco il ricordo,
solo quello mi porto.

E il sensale che urla:
“Vi offrirò un nuovo sol!”
Ma nel sacco ho un ricordo,
è il solo bene che ho.

Ora il porto al mattino
saranno grida e mercato,
saranno il sole salato
tra le palanche e le reti.
Sull’acqua solo un saluto.

Ti lascio Italia, miseria,
legata a riva ai miei sogni,
che son pesanti e ingombranti
e in terza classe siam tanti,
che già ci manca l’aria.

E il maestrale che urla:
“Vi offrirò un nuovo sol!”
Ma nel sacco ho un ricordo,
è il solo bene che ho.

Una croce di gesso
sulla giacca nuova,
quell’unica giacca buona
ora ha la schiena bianca,
ora ha la schiena stanca.

Sono solo diciotto
e già una croce l’avevo,
e non era di gesso,
 l’ho gettata nel sacco,
e la rivedo solo adesso.

E il caporale che urla:
“Vi offrirò un nuovo sol!”
Ma nel sacco ho un ricordo,
è il solo bene che ho.

E il Genovese che urla:
“Vi offrirò un nuovo sol!”
Ma nel sacco ho un fucile,
è il solo bene che ho.

Caducittà

Raglia, la sveglia si sbaglia,
lo sbadiglio si ammoglia. 
La caducità.
Sfila come un baco dalla mela,
sera come seta nera,
sete di città che intanto mormora.

Gente, passo d’uomo che imbroglia, 
s’accavalla e si sbroglia 
la celerità.
Spente, gialla mano che offende,
le finestre e s’accende 
sete di città che intanto mormora,
la città caducità.

Suona cielo contrabbasso

Gioia tra le mani del boia,
Tulipano e cesoia, la felicità.
Spoglia il sogno sulla soglia, 
non entra e ti abbaglia
il sole da dietro una nuvola.

Il tempo non esiste più da tempo,
tengo il filo senza vento della musica.
Suona, solo, senza far carriera,
Senza soldi, senza sera,
il cielo di città che intanto mormora
Come fisarmonica.

Suona cielo contrabbasso.

Il barbiere di Sicilia

Spettabili signori e incantevoli signore io sono Figaro Francesco.
In arte son barbiere, sono il meglio del quartiere, per qualcuno di tutta la Sicilia.
Barbiere di Sicilia, non ho detto Siviglia.

Che se fossi di Siviglia avrei forse meno baffi, ma di sicuro meno gatte da pelar.
Se qualcuno se ne infischia, qualcun altro prende schiaffi, mentre quello i baffi non se li fa più.
Perché ha visto un po’ troppo e ha parlato troppo.

Io taglio, accorcio spunto e liscio, i baffi ve li sfoltisco,
son Francesco Figaro.

Si accomodi allo specchio, le slaccio la cravatta, la schiumo  e ho il rasoio da affilar.
È solo un batter d’occhio e la barba è già disfatta, rimangon baffi e pizzo da spuntar.
Si guardi ora allo specchio: non sembra meno vecchio?

Come dice? non comprendo. Ma se gliel’ ho pur lasciato: le ho solo rifinito un po’ il mento!
Lei vuole il suo compendio? E il pizzo restituito? Ma vede è finito sul pavimento.
Davvero non capisco! Mi paghi o chiamo il fisco!

Io taglio, accorcio spunto e liscio, il pizzo ve lo sfoltisco,
Son Francesco Figaro.

Io taglio, accorcio spunto e liscio, Il pizzo ve lo sfoltisco,
 ma non ve lo pagherò.
 
Adamo blues

La vita è un frutto da mangiar piano.
E rido di tutto con la mela in mano.
E rido coi denti di chi sa mangiare
di padroni e serpenti e di nuvole amare.

Mangia la mela adagio Adamo!

La vita è un contratto a tempo determinato,
un eterno baratto col signor precariato.
Ma a me non importa se mi han licenziato,
se non ho mele di scorta e ho il futuro bacato perché

mangio la mela adagio, e andiamo!
 
Nevrosi

È un po’ che c’è un naso che ti insegue, ha gambe e braccia come te.
A volte si arriccia e starnutisce e si capisce che c’è.
Ti chiedi se i soldi fanno odore e hai il timore di sì;
non osi intralciare la nevrosi  da tasca posteriore dei jeans.

Marciapiede, buio, palladiana, guida per i ciechi d’ottone, odore di wc.
Scarpe di tela slacciate, cappotto di panno bucato, rumore di attimi.
E il naso è ancora lì.

Magari è uno che conosci ma non ricordi chi sia:
calcetto, collega di tuo padre o un compagno di biologia.

“allora eri tu, non ne ero sicuro” io non mi ricordo chi minchia è questo qui.
“che fai?” “io studio” sì bravo stai vago, 
nel temporeggiare sei il mago Houdini.
Ma il naso è ancora lì.

Sarà un maniaco possessivo, un assassino e addio.
Sarà il tuo passato scarcerato, rumor di freddo stantio.

Qualcosa ti stringe la gola ti trascina dentro un portone, tra poco soffochi.
Ti spinge le unghie nel collo, c’è odore di muffa e cantina. Un roco ucciderti.
Ricordi deboli.

Ti allarghi la sciarpa con un dito, ti ha soffocato le idee.
C’è odore di pioggia e di paure, di notti scure e ipogee.

Sanpietrini sbrecciati, aiuola fiorita con merda di cane, lampi di agonia.
Autobloccanti, all star rovinate, cappotto di panno, sciarpa di lana blu.
E il naso non c’è più.

Nuvole

Una puttana che si accomoda i capelli in riccioli
il cielo sembra avere ancora voglia dei miei spiccioli.
Ma io al sole a pagamento preferisco i cumoli,
finestre abbandonate al vento ed un gatto che miagoli.
Uno starnuto di serenità sui tetti umidi,
prima che sentano d’avere sete i campi aridi,
prima che il giorno stacchi i sogni dai cuscini tiepidi
e torni a ticchettare la pioggia sopra passi rapidi.

Nuvole senza fretta, ne mangerei una fetta.
Prima che mi accontenti, morderle con i denti.
Nuvole senza fretta, te ne darei una fetta.
Prima che ti addormenti, mordile con i denti.

Al sole un vecchio immobile, una meridiana, srotola
il tempo che gli ruota attorno sopra i sassi e brontola.
La vita che impara a durare lentamente sgretola
nel fiato di chi impreca al cielo voglia di una nuvola

E anche oggi ha fatto sera sui tuoi occhi lucidi,
su labbra strette ai denti come l’acqua ai campi aridi.
Prima che il sonno attacchi i sogni ai cuscini tiepidi
e torni a cancellare la pioggia i nostri passi rapidi.

Nuvole senza fretta, ne mangerei una fetta.
Prima che mi accontenti, morderle con i denti.
Nuvole senza fretta, te ne darei una fetta.
Prima che ti addormenti, mordile con i denti.

Un mago

Vorrei sparire, vorrei scomparire.

Gli applausi sono carità di pane, sono vecchie befane
con dolci di contegno, di pietà oppure nero carbone.
Se i quadri sono picche o nel cilindro la colomba non c'era,
i fiori sono pecche mentre tonfa il cuore tinto di sera.

Son rose sopra il palco, ma tu senti le spine.
E giuri il mago non lo farai più.

Vorrei sparire, vorrei scomparire.

Il  falso e il vero han nodi stretti, sono fazzoletti di vetro
che nella tasca della giacca rompono e confondono il respiro.
Bianco e nero, bianco e nero, cavi dalla tasca il deserto,
che esplode nel fragore del mistero non ancora scoperto.

Bugia tra le dita, magia come la vita.
E giuri il mago non lo farai più.

Vorrei sparire, vorrei scomparire.

Sparire sotto gli occhi della gente è il trucco più complicato;
eppure basta un niente c'è persino chi nasce imparato.
E non dire “non si dice!”, vaffanculo all'italiano corretto
che con il gioco di prestigio ride anche se non capisce il trucco.

È il trucco della vita, scompare chi l'ha capita.
E giuri il mago non lo farai più.

Zaira 

Io ti ho cercata a Zaira, città che vive della sua misura.
Dista un sobbalzo di
Paura è la distanza tra la terra e il cielo,
diviso senza colpa in due metà da un palo
e appeso l’usurpatore a 
Un filo corre dal lampione alla ringhiera 
a impavesar la festa con una bandiera,
perché la regina oggi si
Sposa sai che dista un salto dal balcone
la mano forte del tuo uomo e il suo amore,
sudore che il sole all’alba asciuga.

Ma non ti ho vista a Zaira, 
né per la strada che vocia a festa,
né sulla pista dell’odore 
del traditore oltre la finestra.

Un gatto incede sopra la grondaia,
guarda la nave ferma nella baia,
da lontano la puzza del 
“Mare è amaro e il marinaro muore in mare”
dicevan sulla riva i vecchi pescatori
e intanto le reti a rammen-
Dar la vita per un sogno di vittoria:
così muoiono i ricchi come nella storia
dell’usurpatore appeso
col filo ad un lampione presso la ringhiera,
figlio adulterino sulla cannoniera
della regina che si sposava a sera.

Ma non ti ho vista a Zaira, 
né per la strada che vocia a festa,
né sulla pista dell’odore 
del traditore oltre la finestra.

Poi ho capito che a Zaira
dista da me soltanto un cuscino
il tuo perdono, un bacio alle mie scuse,
scivolerà sotto un lenzuolo di lino. 

Ninna nanna per Agnese

Agnese cos’è che ti adombra e che si approfitta di te,
rubando le guance al sole e l’idea alle nuvole?
Forse è lo sguardo di un padre che si fa più vicino,
come una barca che al largo nel mare è più vicina al mattino;
resto disteso di pancia a bagnare le punte delle mie dita
negli occhi che hanno il colore del dubbio, che è color della vita.

Agnese cos’è quel sussurro che al mondo ha parlato di te?
Come se per presentarsi non fosse già semplice.
È la ninna nanna di madre che ti stringe le spalle,
come uno scialle di lana d’inverno, come il timore la gola,
quando non c’è più nessun suono intorno: paura di esser sola.
Imparerai che il rumore del sonno saprà coprire ogni cosa.

Avremo fiato e avremo voglia di ridere;
ma non adesso, Agnese dorme già.
Avremo male ed il bisogno di piangere;
ma non adesso, Agnese dorme già.

E avrà un lungo sonno distratto dalle nostre parole e dai capricci del sole.